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| Fiat Mirafiori |
Il primo a dar fuoco alle polveri è stato Fassino. Fosse stato un lavoratore, avrebbe votato a favore dell’accordo di Mirafiori e questo perchè quell’accordo garantisce la certezza dell’occupazione a 15 mila operai Fiat e indotto. Certo ai lavoratori sono richieste condizioni onerose, ma esse sono compensate dalla sicurezza del lavoro. Arroccarsi come fa la Fiom sulla difensiva è una posizione perdente, perchè così il sindacato non difende i lavoratori anzi li espone a un rischio maggiore.
Il ragionamento è: in un mondo globalizzato dove un’industria può tranquillamente chiudere qui e aprire altrove, non si può rinunciare a un investimento di un miliardo per difendere qualche pausa in meno e un po’ di lavoro in più.
E’ un discorso serio che io starei attento a stigmatizzare come inciucista.
Questo ragionamento però non tiene conto del rischio che si corre a dare troppo credito alla filosofia Marchionne. Sembrava che l’accordo di Pomigliano dovesse essere un’eccezione irripetibile, messa in campo per salvare uno stabilimento destinato altrimenti a chiudere. Ora viene Mirafiori e la proposta è prendere o lasciare. Anzi chi non firma è fuori dalle rappresentanze sindacali. Cosa si ha da dire su questo? Le flebili parole pronunciate da Bersani?
Mi sembra che la strategia di Marchionne, accettata in modo supino da Cisl e Uil, e osannata da tutto il Governo, sia una strategia autoritaria e degna d’altri tempi. Con questo modo di procedere i rapporti sindacali vanno a farsi strabenedire e ai lavoratori non resterà che accettare ciò che decide il padrone, pena il licenziamento.
Naturalmente questo non può garantire in modo definitivo la salvezza dell’azienda. Appunto perchè si è in un mondo globalizzato, diventa difficile pensare di competere con altri paesi dove il costo del lavoro è enormemente più basso rispetto al nostro. Ci saranno sempre migliori opportunità in paesi dove la dignità del lavoro è meno che zero e dove le persone si accontantano di un salario minimo pur di lavorare. Se la Fiat pensa che la salvezza dell’azienda debba passare attraverso la drastica riduzione del costo del lavoro e non attraverso un maggiore investimento tecnologico, allora il suo futuro non può più essere in Italia. Prima o poi si troverà una scusa per delocalizzare.
Il problema è che se passa la linea Marchionne allora tutta l’industria italiana troverà utile andare ad accordi in deroga rispetto ai patti nazionali, col rischio di piombare in un baleno agli anni ’50, con tutte le conseguenze del caso.
E’ questa la modernità? A me non sembra.



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