La Calabria è terra difficile e generosa, aspra e dolce, arida e lussureggiante. Terra di forti contraddizioni e forti contrasti. Luogo di mare e terra.
Terra irta, scoscesa, selvaggia, dove i ripidi pendii si aprono a vedute mozzafiato di torrenti in secca, costellati da case diroccate, paesi fantasma, strade franate.
Per i più la Calabria è quella che si dipana lungo le coste, fra il mare azzurro che evoca miti greci e la montagna che subito si innalza maestosa, quasi a impedire ogni accesso, ogni profanazione.
Eppure la Calabria più autentica, quella che richiama a una civiltà pre-ellenica, non è quella cresciuta disordinatamente lungo gli stretti arenili e le poche pianure, le piane, come le chiamano da queste parti. La Calabria più autentica è la Calabria interna. Quella abbarbicata ai fianchi delle montagne, nascosta nelle strette valli, cresciuta ai lati delle larghe fiumare. E’ una Calabria spesso povera, abbandonata, trascurata. Una Calabria fatta di piccoli paesi che né devastanti terremoti e né sconvolgenti alluvioni sono riusciti a sradicare definitivamente.
Qui, nell’area grecanica, sono a decine i paesi e le frazioni che sono stati abbandonati a seguito di eventi naturali sconvolgenti. In breve si sono trasformati in paesi fantasma. Eppure, nonostante l’abbandono e la desolazione, i suoi abitanti ritornano a mettere a posto un muro, a sistemare un tetto, a tirare su una stalla o una “zzimba“.
I luoghi hanno un forte potere evocativo e tanto più lo hanno per popolazioni contadine che sono vissute a diretto contatto con la terra, in cui hanno messo radici come le piante stesse.
In questa terra, dove il clima è dolce tutto l’anno, crescono piante generose. I fichi d’India, con i loro frutti prima verdi poi gialli e poi rossi e infine viola come i riflessi del mare. E gli esotici annoni, frutti morbidi e dolcissimi, che crescono su piante quasi insignificanti. E le sorbe che vengono messe a mazzi, a “schiocche” e appesi in cucina a maturare e a profumare l’ambiente. E l’autoctono bergamotto, padre di tutti i profumi. Profumo intenso, dolcissimo, come lo sono i profumi della zagara e del gelsomino.
Eppure in questi luoghi che il Padre eterno potrebbe scegliere come suo “pied a terre” attecchisce la malapianta della “ndragheta”. La mafia che Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nei libri “Fratelli di sangue” e “La malapianta” descrivono come l’organizzazione criminale più forte del mondo. Un’organizzazione che nel 2007 ha realizzato un fatturato di 43 miliardi di dollari invadendo le nostre città di un fiume di cocaina. Un’organizzazione ramificata in ogni regione italiana e nei cinque continenti.
Contro questa organizzazione, stanno combattendo da anni, con alterne vicende, magistrati, forze dell’ordine e quanti credono che solo estirpando questa mala pianta ci possa essere in queste terre progresso civile e democratico.
Qualche giorno fa a Reggio si è tenuta uno grossa manifestazione a sostegno del Procuratore di Reggio fatto segno di un atto di intimidazione. E’ un fatto importante.
Le organizzazioni criminali si possono battere solo se si recidono le collusioni fra mafia e politica, se a queste terre si danno occasioni di sviluppo, se ai magistrati e alle forze dell’ordine si danno gli strumenti necessari.
Recidere la malapianta si può.




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