sabato 5 febbraio 2011

Resignation



venerdì 21 gennaio 2011

Un vago odore di morte

In tutta questa storia del Ruby Gate si sente un vago odore di morte.
Solo la paura della morte può spingere una persona ormai anziana a truccarsi come un attore da infimo avanspettacolo per cercare di apparire più giovane e avvenente. Purtroppo questi sforzi si dimostrano inefficaci e anzi controproducenti. Sembra che la natura si ribelli a questa inaudita forzatura e renda più brutto quello che si ha la pretesa di rendere bello. C’è qualcosa di repellente in quei capelli posticci che ogni giorno cambiano di colore o in quella pelle coperta da un dito di cerone. Le rughe, che si cerca in tutti i modi di nascondere, evidenziano la sofferenza di un animo inquieto e sostanzialmente infelice, mentre gli occhi, una volta furbi e vivaci, si stanno tristemente spegnendo.
Se si esula dalla vicenda politica che eccita gli animi, non si può non provare un umano senso di pietà.
Berlusconi è carnefice e vittima allo stesso tempo. Solo oggi acquistano vero senso le parole della moglie: “è malato, ha bisogno di essere aiutato”. Parole che parlavano il linguaggio della verità, pronunciate da una persona che l’ha amato e che per tale motivo poteva esprimere nei suoi confronti ancora un senso di umanità.
Egli è carnefice perchè cerca di assopire questa angoscia di morte con un di più di vita, con il contatto fisico con giovani e bellissime donne che diventano oggetto sacrificale. Come un dio sanguinario della mitologia meso-americana o un vampiro delle leggende transilvane, egli pretende il suo tributo di vita. Terminata l’opera, l’oggetto viene buttato via. In questa tragedia non c’è posto per i sentimenti. Ognuno sfrutta l’altro come meglio può. Quello che conta è la soddisfazione del proprio ego. Berlusconi sfrutta le ragazze, le ragazze sfruttano Berlusconi chiedendo favori e soldi, i suoi amici prosseneti, sfruttano e utilizzano lui e loro. Dal fondo della vicenda si intravedono i due motori che fanno girare la giostra: il sesso e i soldi. Berlusconi ha i soldi e quindi il potere. Un potere tanto smisurato che nulla gli può essere negato. Le ragazze non hanno soldi, ma hanno la giovinezza e un corpo che è l’unica merce di scambio nel mondo dello spettacolo. Se hai il fisico e un po’di fortuna  puoi fare televisione, cioè apparire, diventare qualcuno. E la fortuna può essere aiutata.
Alla fine però, quando si spengono le luci della ribalta, si dismettono gli abiti di lusso e i lustrini perdono la loro lucentezza, il dio sanguinario ritorna a essere un triste paramento senza alcuna aura divina e le giovani vergini ritornano nel loro sordido mondo di prostituzione e degrado. Ognuno ritorna alla vita normale di tutti i giorni e allora riprendono le angosce, le ansie e la paura della morte.

lunedì 3 gennaio 2011

La filosofia Marchionne

Fiat Mirafiori
Il primo a dar fuoco alle polveri è stato Fassino. Fosse stato un lavoratore, avrebbe votato a favore dell’accordo di Mirafiori e questo perchè quell’accordo garantisce la certezza dell’occupazione a 15 mila operai Fiat e indotto. Certo ai lavoratori sono richieste condizioni onerose, ma esse sono compensate dalla sicurezza del lavoro. Arroccarsi come fa la Fiom sulla difensiva è una posizione perdente, perchè così il sindacato non difende i lavoratori anzi li espone a un rischio maggiore.
Il ragionamento è: in un mondo globalizzato dove un’industria può tranquillamente chiudere qui e aprire altrove, non si può rinunciare a un investimento di un miliardo per difendere qualche pausa in meno e un po’ di lavoro in più.
E’ un discorso serio che io starei attento a stigmatizzare come inciucista.
Sergio Marchionne
Questo ragionamento però non tiene conto del rischio che si corre a dare troppo credito alla filosofia Marchionne. Sembrava che l’accordo di Pomigliano dovesse essere un’eccezione irripetibile, messa in campo per salvare uno stabilimento destinato altrimenti a chiudere. Ora viene Mirafiori e la proposta è prendere o lasciare. Anzi chi non firma è fuori dalle rappresentanze sindacali. Cosa si ha da dire su questo?  Le flebili parole pronunciate da Bersani?
Mi sembra che la strategia di Marchionne, accettata in modo supino da Cisl e Uil, e osannata da tutto il Governo, sia una strategia autoritaria e degna d’altri tempi. Con questo modo di procedere i rapporti sindacali vanno a farsi strabenedire e ai lavoratori non resterà che accettare ciò che decide il padrone, pena il licenziamento.
Maurizio Landini
Naturalmente questo non può garantire in modo definitivo la salvezza dell’azienda. Appunto perchè si è in un mondo globalizzato, diventa difficile pensare di competere con altri paesi dove il costo del lavoro è enormemente più basso rispetto al nostro. Ci saranno sempre migliori opportunità in paesi dove la dignità del lavoro è meno che zero e dove le persone si accontantano di un salario minimo pur di lavorare. Se la Fiat pensa che la salvezza dell’azienda debba passare attraverso la drastica riduzione del costo del lavoro e non attraverso un maggiore investimento tecnologico, allora il suo futuro non può più essere in Italia. Prima o poi si troverà una scusa per delocalizzare.
Il problema è che se passa la linea Marchionne allora tutta l’industria italiana troverà utile andare ad accordi in deroga rispetto ai patti nazionali, col rischio di piombare in un baleno agli anni ’50, con tutte le conseguenze del caso.
E’ questa la modernità? A me non sembra.

giovedì 7 ottobre 2010

Nardodipace: Calabria antica e moderna

Qualche giorno fa su Facebook Luigi Manglaviti ha introdotto un’interessante discussione sulla “città della porta” individuata nel piccolo paese di Nardodipace e raccontata nel suo bel libro dal prof. Domenico Raso.
Narduepaci, come lo chiamano i locali, è ormai un paese fantasma, abbandonato a seguito della solita rovinosa alluvione. Gli abitanti si sono trasferiti ai piani di Cianu, dove hanno costruito un villaggio che ha una particolarità: tutti i tetti delle case sono di amianto.
Per bonificare il paese, si è pensato di sostituire le lastre di amianto con pannelli fotovoltaici
Il progetto realizzato dalla Adtech Italia Srl, consentirà di produrre 2Mw di elettricità, utilizzati in parte dagli abitanti e in parte per pagare i lavori che saranno eseguiti dalla società tedesca Epdm.
Al progetto prenderanno parte il Cnr di Milano, l’Università Federico II di Napoli, l'Università di Patrasso, il Trinity College di Dublino, l’Imperial College di Londra, il Supsi di Lugano e altri istituti di ricerca.
E’ singolare che nei luoghi dove è fiorità un’antica civiltà megalitica, si realizzi adesso un progetto d’avanguardia.
Si potrebbe dire che il passato e il futuro si guardano. 

martedì 5 ottobre 2010

Calabria: la malapianta

La Calabria è terra difficile e generosa, aspra e dolce, arida e lussureggiante. Terra di forti contraddizioni e forti contrasti. Luogo di mare e terra. 
Terra irta, scoscesa, selvaggia, dove i ripidi pendii si aprono a vedute mozzafiato di torrenti in secca, costellati da case diroccate, paesi fantasma, strade franate. 
Per i più la Calabria è  quella che si dipana lungo le coste, fra il mare azzurro che evoca miti greci e la montagna che subito si innalza maestosa, quasi a impedire ogni accesso, ogni profanazione. 
Eppure la Calabria più autentica, quella che richiama a una civiltà pre-ellenica, non è quella cresciuta  disordinatamente lungo gli stretti arenili e le poche pianure, le piane, come le chiamano da queste parti. La Calabria più autentica è la Calabria interna. Quella abbarbicata ai fianchi delle montagne, nascosta nelle strette valli, cresciuta ai lati delle larghe fiumare.  E’ una Calabria spesso povera, abbandonata, trascurata. Una Calabria fatta di piccoli paesi che né devastanti terremoti e né sconvolgenti alluvioni  sono riusciti a sradicare definitivamente.
Qui, nell’area grecanica, sono a decine i paesi e le frazioni che sono stati abbandonati a seguito di eventi naturali sconvolgenti. In breve si sono trasformati in paesi fantasma. Eppure, nonostante l’abbandono e la desolazione, i suoi abitanti ritornano a mettere a posto un muro, a sistemare un tetto, a tirare su una stalla o una “zzimba“.  
I luoghi hanno un forte potere evocativo e tanto più lo hanno per popolazioni contadine che sono vissute a diretto contatto con la terra, in cui hanno messo radici come le piante stesse. 
In questa terra, dove il clima è dolce tutto l’anno, crescono piante generose. I fichi d’India, con i loro frutti prima verdi poi gialli e poi  rossi e infine viola come i riflessi del mare. E gli esotici annoni, frutti morbidi e dolcissimi, che crescono su piante quasi insignificanti. E le sorbe che vengono messe a mazzi, a “schiocche” e appesi in cucina a maturare e a profumare l’ambiente. E l’autoctono bergamotto, padre di tutti i profumi. Profumo intenso, dolcissimo, come lo sono i profumi della zagara e del gelsomino. 
Eppure in questi luoghi che il Padre eterno potrebbe scegliere come suo “pied a terre” attecchisce la malapianta della “ndragheta”. La mafia che Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nei libri “Fratelli di sangue” e “La malapianta” descrivono come l’organizzazione criminale più forte del mondo. Un’organizzazione che nel 2007 ha realizzato un fatturato di 43 miliardi di dollari invadendo le nostre città di un fiume di cocaina. Un’organizzazione ramificata in ogni regione italiana e nei cinque continenti. 
Contro questa organizzazione, stanno combattendo da anni, con alterne vicende, magistrati, forze dell’ordine e quanti credono che solo estirpando questa mala pianta ci possa  essere in queste terre progresso civile e democratico.
Qualche giorno fa a Reggio si è tenuta uno grossa manifestazione a sostegno del Procuratore di Reggio fatto segno di un atto di intimidazione. E’ un fatto importante.
Le organizzazioni criminali si possono battere solo se si recidono le collusioni fra mafia e politica, se a queste terre si danno occasioni di sviluppo, se ai magistrati e alle forze dell’ordine si danno gli strumenti necessari.
Recidere la malapianta si può. 

lunedì 4 ottobre 2010

Ridicolizzare il sacro

Per un credente la bestemmia dovrebbe essere il più grave dei peccati, perché essa rappresenta l’ingiuria suprema nei confronti di Dio. 
Mons. Fisichella però ci dice che la bestemmia va contestualizzata. Presumo abbia voluto dire che un conto è gridare al cielo il proprio insulto con rabbia, un altro è usare la bestemmia in un contesto in cui essa non appare come offesa a Dio, ma come modo di dire. Insomma un bonario intercalare. 
Un problema però lo pone il secondo comandamento che prescrive di “Non nominare il nome di Dio invano”  e di usarlo solo in contesti sacri, perché sacro è il suo nome. Nel caso specifico, non solo non vi è nulla di sacro, ma il nome di Dio viene usato per rendere più esilarante una barzelletta da trivio. Infatti l’effetto scenico della barzelletta sta tutto in quel gesto di paura che da solo non riesce a suscitare la risata. Per generare l’effetto comico è necessaria  la bestemmia. Quindi il nome di Dio non solo viene nominato invano,  ma lo si dissacra,  lo si banalizza, lo si ridicolizza
Banalizzare anche il sacro. Questo è un altro traguardo raggiunto dal berlusconismo. La birichinata della barzelletta è stata preceduta dalla comunione presa pubblicamente. Un separato e ancor più un divorziato, non può per la Chiesa partecipare al sacramento della comunione. Questo impedimento per Berlusconi non ha efficacia. Sarà perché si considera non colpevole dei suoi fallimenti familiari, lui frequentatore di minorenni e prostitute, sarà perché la Chiesa non ha il coraggio di opporsi a questa banalizzazione del sacro da parte di un uomo di potere, dimostrando così, essa stessa, che il sacro è divenuto un fatto relativo, un fatto su cui è lecito scherzare e sghignazzare. 
Esiste anche un aspetto che io non passerei in secondo ordine. E si tratta dell’idea che il potere ti possa consentire di dileggiare a tuo piacimento una persona, per inciso presidente del maggior partito d’opposizione, ritenuta brutta.  Quasi che l’esser brutti è una colpa di cui portare il peso e lo è ancora di più in quanto si è donna. 
Berlusconi dice che in definitiva si è trattato una battuta detta solo per farsi una buona risata e che tutto questo pandemonio è fuori luogo. Eppure questo episodio, nella sua semplicità, ci dice molto di più sul personaggio di quanto ci possano dire i suoi discorsi ufficiali e la sua politica. Mi dispiace che tutto questo sfugga ai miei amici cattolici.

lunedì 30 agosto 2010

Baghdad addio

soldati americani in Iraq
BAGDAD - Il primo soldato americano che ho incontrato sette anni fa non aveva più di vent'anni. Era di New York e aveva un'espressione smarrita. Forse soltanto stupita. Era appena entrato nella capitale nemica, l'aveva espugnata, ma non sapeva contro chi puntare il fucile automatico. Nessuno lo minacciava. 

(leggi tutto)>  http://www.repubblica.it/esteri/2010/08/30/news/marines_iraq-6613355/

da Repubblica - articolo di Bernardo Valli